Intervista all’artista Letizia Lanzarotti, in arte Lady Be: un grande messaggio per la sostenibilità ambientale

30 Marzo 2019   /   di    / Categorie:  Arte, Interviste

Intervista a Lady Be – L’arte per salvaguardare il pianeta

Letizia Lanzarotti, in arte Lady Be ha studiato presso l’Accademia delle Belle Arti di Sanremo, ma vive e lavora a Roma. Dopo gli studi ha iniziato a comporre creazioni artistiche di arte contemporanea con l’uso di materiali riciclati. Dal 2010 espone in importanti mostre d’arte in Italia e all’estero. Nel 2013 ha inscenato una performance curiosa: tutti gli spettatori sono stati chiamati per rimuovere i pezzi dall’installazione lasciando i soggetti completamente “nudi”. Nel 2014, la svolta arrivò con due grandi mostre: una a New York e l’altra sulla Torre Eiffel. È presente in diverse fiere d’arte, riviste d’arte, cataloghi e numerosi giornali che parlano del suo successo.

2018 – “New Visions of Art”, Palazzo dei Beffroi, Bruges (Belgio).

2018 – “Ritratti Contemporanei”, Galleria d’Arte Globart, Acqui Terme

2018 – “I Volti che hanno cambiato la storia”- dai Mosaici Antichi ai

Mosaici Contemporanei – Musei Civici del Castello Visconteo, Pavia

2017 – “Volti di Plastica – Il Mosaico ai giorni nostri”, Palazzo Oddo, Albenga (SV

2016 – “Mai Più Violenza Sulle Donne”, Ex Studio di Piero Manzoni, Milano2016 – “Facce di Plastica” Galleria d’Arte l’Alfiere, Torino

2016 – “Arte & Musica Pop” Gran Teatro Geox, Padova.

2016 – “Mosaici di ricordi”, Castello Odescalchi di Bracciano, Bracciano

2016 – “Mosaici Contemporanei”, Galleria d’Arte Globart, Acqui Terme

2015 – “Lady Be & i Volti della Pop Art” Galleria d’Arte l’Alfiere, Torino

Lady Be crea ritratti di personaggi famosi con la tecnica del mosaico, e con oggetti che hanno perso la loro funzione originale, diventando semplicemente “colori”. Ogni opera ha il potere di risvegliare i ricordi connessi a ciascun oggetto, perfettamente riconoscibile da lontano L’opera ha un aspetto fotografico, la sua profondità emerge chiaramente con luci e ombre, così come i ricordi legati al soggetto.

Fabrizio D’Andrè 46 x 50 Opera di Lady Be (2018) plastic objects and resin on wood

Salve Lady Be, benvenuta su GEArtis web magazine. Tu vivi e lavori a Roma, ma hai studiato presso l’Accademia delle belle Arti a Sanremo. Ci racconti qualcosa del tuo percorso?

Salve, è un piacere poter rispondere alle vostre domande e un piacere far parte del vostro interessante web magazine, che seguo sempre.

Sono nata a Rho (MI) ma sono cresciuta in provincia di Pavia, dove ho frequentato il Liceo Artistico Alessandro Volta, poi ho deciso di conseguire la mia laurea a Sanremo, all’accademia di Belle Arti, andando contro corrente perché tutti si aspettavano che mi sarei iscritta a Brera. Ho preso questa decisione perché volevo un indirizzo artistico più improntato sulle nuove tecnologie, come il web design e computer grafica. L’accademia che ho frequentato mi ha dato una formazione completa, ma moderna perché sono convinta che l’arte deve seguire i mezzi tecnologici a disposizione nell’epoca in cui viviamo. Ho realizzato la prima opera quando ancora non avevo finito l’accademia, e nel 2019 faccio i dieci anni di carriera. Vivo a Roma da dei anni per amore e per la facilità di spostamenti, anche se per il mio lavoro preferirei la quiete di un piccolo paese, possibilmente affacciato sul mare.

Hai partecipato a tantissime mostre in tutto il mondo. Ti consideri un’artista internazionale?

Ho esposto in diversi Musei, Palazzi, Monumenti, Fondazioni, Fiere, Gallerie in varie città: New York, Parigi (anche sulla Torre Eiffel!), Amsterdam, Londra, Barcellona, Berlino, Düsseldorf, Bruxelles, Bruges, Malta, e nelle principali città italiane. Mi considero un’artista internazionale perché non solo ho realizzato esposizioni estere, ma molte mie opere sono entrate nelle case di collezionisti all’estero, in alcune nazioni più che in altre, principalmente in Belgio, in Francia in Russia e in Perù. Sono convinta che la mia arte piacerebbe molto negli USA e sto facendo diversi tentativi per raggiungere l’obiettivo di farmi conoscere anche da quelle parti, aspirando quindi a una realtà ancora più internazionale.

Installazione “Let it be naked” Opera di Lady Be (2013)

Hai dato vita a numerose opere, sempre usando materiale di recupero. Una di queste è l’omaggio ai Beatles, assemblata da quattro  sagome simili ai componenti della band a dimensioni naturali,  ricoprendoli di pezzi “ricostruendo” i vestiti dei Beatles. Durante la performance, ogni persona del pubblico è stata invitata a staccarne un pezzo, in piena libertà, per portarlo con sé e  conservarlo come ricordo, eventualmente con il tuo autografo. Com’è stata questa esperienza?

“Let it Be…Naked” è un progetto, a metà tra l’installazione e la performance interattiva, divertente e provocatoria, pensata per coinvolgere attivamente il pubblico.

È stata una meravigliosa esperienza perché le persone hanno colto in pieno il senso che volevo trasmettere attraverso questa performance.  Per l’idea mi sono ispirata a Yoko Ono, sono molte le considerazioni e i motivi che mi hanno fatto arrivare a questa conclusione. Innanzitutto, ciò̀ che desiderò è uscire dai soliti schemi dell’arte. Molto spesso le persone non capiscono l’Arte Contemporanea, rimangono freddi davanti a qualunque dipinto o opera d’arte. Voglio evitare che questo accada.

Prima che scattasse la scintilla, ho fatto, nella mia mente, un elenco delle caratteristiche che doveva avere questa mia idea e che sono riuscita a soddisfare attraverso il progetto finale.

Doveva essere arte contemporanea e distinguersi da un semplice allestimento. Dietro all’atto semplice, quasi infantile di staccare il pezzo di plastica dalla scultura (come molte volte, ho notato, hanno la tentazione di fare le persone davanti alle mie opere) è, in realtà̀, un gesto artistico con un significato ben preciso. Quello di “togliere”, svelare, sfamare la curiosità̀, lasciarsi tentare, cedere, andare oltre le apparenze, trovare il senso dell’opera, renderla più̀ essenziale. Tutti insieme.

Inoltre c’è il fattore di portare a casa un pezzo dell’opera, concetto che, ancor più ai tempi delle performance di Yoko Ono, stravolgeva la visione classica dell’arte, ne distruggeva i cardini principali. Doveva essere un installazione e non una semplice scultura, oppure una performance, in ogni caso che coinvolga il pubblico. Il pubblico non deve rimanere freddo davanti all’opera d’arte, deve interagire. Doveva attirare soprattutto le persone a fare le foto: la sagoma a dimensione naturale, comunque sia fatta, è motivo di immedesimazione da parte delle persone, che sono più invogliare a fare foto e video attorno ad essa. Doveva provocare; a mio parere, l’arte non è provocazione fine a se stessa, ma può essere usata come provocazione per coinvolgere e stupire il pubblico, per scuotere le menti.

La tua Arte viene definita “Mosaico Contemporaneo”, e i dettagli si notano bene in ogni opera. Ci racconti qualcosa della tua tecnica?

L’idea del mosaico nasce da una mia idea originale dopo circa 4 anni di una quasi maniacale conservazione di vari oggetti personali che non servivano più (giocattoli, involucri di make up, bigiotteria, cancelleria, tappi e altro)e dalla suddivisione di questo materiale in divere gradazioni di colore. Inizialmente il materiale che avevo raccolto non era soltanto plastica, ma tutto il materiale di recupero esistente, escluso ovviamente l’organico, ma incluse conchiglie, sassolini, pezzettini di vetro, lattine, pezzi di stoffa, peluches, pile, monete, banconote, carta, pelle, cd, metallo. Successivamente è stata selezionata per le opere soltanto la plastica, perché ha la giusta consistenza, è più leggera, versatile e soprattutto perchè è duratura e il suo colore non viene alterato nel tempo.

Il materiale scelto serve anche a “contestualizzare” l’opera. Su molti oggetti è presente la data di fabbricazione, e dalle serie di giocattoli, dalle loro varie edizioni e in particolare delle sorpresine, è possibile risalire all’anno o almeno al decennio in cui è stata realizzata l’opera. Anche su diversi tappi e involucri utilizzati, può essere presente una indicativa data di scadenza, ed è proprio la tecnica a rendere interessante ogni soggetto. Infatti, nei piccoli oggetti utilizzati per comporre il ritratto di uno specifico personaggio, spesso vi sono riferimenti al personaggio stesso e alla sua epoca.

Barbie tumefatta 60 x 60 Opera di Lady Be (2016) plastic objects and resin on wood

Com’è nata l’idea della “Barbie Tumefatta”?

L’idea mi è venuta pensando alle centinaia di donne che subiscono ogni giorno violenza, e ho pensato di realizzare un’opera forte per invitare le persone a riflettere su questo importante tema.

Molti considerano la donna una bambola da trattare come un giocattolo e da “buttar via” o maltrattare quando ci si è stufati di lei. Sull’opera compaiono molti volti, a voler simboleggiare le numerose donne costrette a subire ogni giorno violenza, volti pieni di ematomi, cicatrici, cerotti con labbra gonfie e sanguinanti.

Altri elementi che compaiono, sono proprio i pugni e le mani degli uomini, strumenti utilizzati per castigare la donna indifesa ed impaurita. Questa opera vuole essere un vero manifesto dell’arte. Arte che si affianca alla lotta che ogni giorno viene fatta da associazioni che stanno vicine alle donne che hanno subito violenza.

Ho scelto l’icona della Barbie perché è un simbolo associato alla donna da circa 60 anni, universalmente riconosciuto. Nella mia opera, caratterizzata proprio dall’utilizzo di giocattoli di plastica, la Barbie tipicamente perfetta nella sua bellezza artificiale, viene umanizzata dai segni che la violenza lascia sul suo corpo, non più di plastica.

La mia Barbie non è solo un’opera d’arte, è un quadro della situazione che oggi il mondo. La violenza maschile sulle donne assume molteplici forme e modalità, sebbene la violenza fisica sia la più facile da riconoscere, esiste anche la violenza sessuale, psicologica ed economica. Non esiste un profilo della donna-tipo che subisce violenza. Il tema della violenza sulle donne è purtroppo un tema di cui oggi si parla molto. Secondo i dati dell’Istat (aggiornati al giugno scorso e relativi al 2014), sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Praticamente una donna su tre. Il 20,2% è stata vittima di violenza fisica, il 21 %di violenza sessuale, il 5,4% di forme più gravi di abusi come stupri (si parla di 652mila casi) e tentati stupri (746mila). Mentre a rendersi responsabili delle molestie sono nella maggior parte dei casi (il 76,8%) degli sconosciuti, il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni.

C’è un mosaico a cui sei più affezionata degli altri e che ha una storia particolare?

Solitamente, quando scelgo i soggetti da ritrarre li scelgo non solo per la bellezza estetica o per la particolarità del loro aspetto, ma li rappresento soprattutto per le loro gesta eroiche, e per la storia della loro vita. Anche i tratti fisici dei volti di donna rappresentati sono molto diversi tra loro, ma ogni donna è bella per le sue particolarità che la rendono unica, la bellezza è intesa non come bellezza universale e perfetta, ma come imperfezione e bellezza raggiungibile da tutti, perché la bellezza della donna è carattere, è particolarità, è sentimento.

Ecco perché sono particolarmente affezionata alla “mia” Monna Lisa, naturalmente ispirata al quadro più famoso della Storia dell’Arte, la Gioconda di Leonardo da Vinci.

Questo quadro ha una storia particolare e discussa e attraverso la mia interpretazione ho voluto esaltare la tesi sull’identità della Gioconda che trovo più valida in assoluto.

Monna Lisa, che ha conquistato tutti con il suo sorriso beffardo, era una donna in realtà molto semplice.  Lo capiamo dall’assenza di gioielli, nell’opera di Leonardo, caratteristica fedelmente mantenuta nella mia interpretazione della Monna Lisa.

Il curatore d’arte dott. Francesco Saverio Russo, critico e curatore d’arte studioso della Gioconda di Leonardo, dopo anni di studi, ha formulato una teoria (o meglio, una tesi) sulla vera identità della Monna Lisa, pubblicata in un libro di successo “Un Mistero Chiamato Gioconda”.

Secondo questa tesi, sostenuta da numerosissime prove storiche, la Gioconda sarebbe una Santa. Non una Santa qualunque, ma Santa Elisabetta del Portogallo, la “Regina Santa”: la regina del Portogallo che, rimasta vedova, si fece Monaca. Santa Elisabetta ebbe una vita molto difficile e sofferta, ma riuscì a raggiungere i suoi obbiettivi, condusse una esemplare opera di pacificazione tra i Re, fece tantissima carità verso i bisognosi (lasciando, alla morte del marito, quasi tutti i suoi averi ai conventi e ai poveri) e fondò il Convento di Coimbra in Portogallo, per le le monache clarisse, ordine religioso di cui si era fatta parte. Celebre ed esemplare nella vita di Elisabetta, quando era ancora regina e sposata con il Re Dionigi, è il miracolo delle rose. È risaputo che Elisabetta soleva visitare gli anziani, gli indigenti e le famiglie più povere del regno, distribuendo loro denaro dell’Erario Reale per comprare cibo ed indumenti. Sospettando delle opere caritatevoli della Regina, il Re la spiò e, chiese vendetta, però nel momento di mostrare al re le monete, queste si trasformarono in rose, lasciando senza parole Dionigi.

Da grande sostenitrice della tesi del dott. Russo, ho scelto di rappresentare la Monna Lisa come simbolo di forza per tutte le donne. Forza, coraggio e grande umiltà a dispetto del fatto che fosse una Regina e che avrebbe potuto condurre una vita piena di agio.

Mona Lisa 20 x 20 Opera di lady Be (2017) plastic objects and resin on wood

 

Ci sono molti critici d’arte che hanno valorizzato il tuo lavoro, come Vittorio Sgarbi, Paolo Levi, Prof. Nuccio Mula, Sandro Serradifalco, Dott. Salvatore Russo, Francesco Saverio Russo Curatore, Adolfo Carozzi, Prof. Emanuele Vicini, Avv. Simone Morabito, Monique De Rae. Nomi importanti che hanno lodato le tue opere con critiche estremamente positive. Quali di queste osservazioni, secondo te, si avvicina di più alla tua creatività?

Quando Sgarbi dice “Bensì per ottenere, dalla meticolosa, maniacale giustapposizione dei componenti, delle sorprendenti figurazioni” per me è il massimo della soddisfazione, oltre che per la stima per la grandissima cultura del critico, perché so che non è una persona che non si sbilancia ma dosa le parole accuratamente in ogni occasione. È stato grazie a lui che ho capito come rendere le opere più essenziali, sostituendo a uno sfondo realizzato interamente con oggetti, uno sfondo di resina solitamente blu per rendere più facilmente individuabile il soggetto senza nulla togliere alla sua composizione.

Vittorio Sgarbi Conosce bene la mia arte, la apprezza, e in più occasioni, attraverso le sue critiche scritte o orali, ha contribuito alla mia crescita artistica e alla evoluzione della mia tecnica.

Sono davvero fiera di avere le sue recensioni in cui riconosco pienamente il senso della mia arte.

Che cosa vorresti comunicare al pubblico con la tua Arte?

La mia arte è un grande messaggio contro lo spreco e per la sostenibilità ambientale, e in particolare contro l’inquinamento marino, ci tengo soprattutto a sensibilizzare le persone verso questo importante tema.

 Credo che il merito riconosciuto alle mie opere sia il fatto che non sia necessario essere esperti d’arte per apprezzarle, anzi, sono amate maggiormente da chi non conosce l’arte e cerca un modo più facile e popolare per avvicinarsi ad essa. L’utilizzo di oggetti di uso comune rende le mie opere “Pop” e nello stesso tempo di facile comprensione da tutti. Anche i bambini rimangono sempre entusiasti delle composizioni e si perdono nella vista dei numerosi giocattoli presenti su ogni opera. Molte persone scattano foto e le diffondono attraverso i social network, in questo modo la mia arte diventa “virale” e attuale perché diffusa nel web.

Recentemente le mie opere sono entrate nelle case di importanti collezionisti, altro importante traguardo e grande motivo d’orgoglio.

Seppur a prezzi ancora accessibili, i miei mosaici rappresentano, secondo gli esperti del settore, un’importante fonte di investimento (fonte: Corriere della Sera). Dal 2016 al 2017, infatti hanno aumentato il loro valore del 25%, valore destinato ad aumentare ulteriormente negli anni a venire.

Non è stata una scelta studiata, eppure, se guardo la totalità della mia produzione, penso che sia stato importante, a un certo punto, aver assegnato il nome di “Mosaico Contemporaneo” alla mia tecnica per due motivi. Il primo perché la contraddistingue da qualunque altra tecnica pittorica o scultorea, infatti le mie opere non si possono definire quadri pittorici né sculture né bassorilievi o altorilievi. Il secondo motivo è legato alla storia dell’arte; il Mosaico è una tecnica antichissima: le prime decorazioni a coni di argilla dalla base smaltata di diversi colori risalgono al 3000 a.C. ed erano impiegate dai Sumeri per proteggere la muratura, impiegate poi nella realizzazione di rivestimenti e pavimenti realizzati dai greci e dai romani. Gli esempi più recenti risalgono all’amatissimo stile Liberty e all’Art Déco, ma non esistono esempi più moderni o addirittura contemporanei di Mosaico. È quindi di fondamentale importanza, per me, nel linguaggio più attuale e “tipico” dell’epoca in cui vivo, portare avanti nel tempo questa tecnica dalle radici storiche con la speranza di lasciare un segno nella storia dell’arte.

Se le mie opere venissero conservate per centinaia di anni, anche senza alcuna documentazione associata, sono convinta che quasi sempre si riuscirebbe a risalire al loro anno di produzione. Infatti, in ogni opera, ci sono oggetti (giocattoli o altri gadget) che riportano l’anno di fabbricazione dell’oggetto, inoltre la presenza di oggetti riconoscibili, come tappi di bottiglie o di penne di una particolare marca, contestualizzano bene sia il luogo sia l’epoca di produzione dell’opera. Oggetti che tutti conoscono, che spesso vengono gettati via e che nelle mie opere ritrovano una nuova vita, trasmettendo l’importante messaggio del riciclo e della sostenibilità ambientale.

John Lennon 100×100 Opera di Lady Be (2013) plastic oblects and resin on wood

 Complimenti ancora a Lady Be per le sue opere fantastiche ed ecologiche, un grande esempio di umanità e filosofia artistica. In bocca al lupo per il futuro, che sia colorato e di plastica per un mondo senza rifiuti!

Contatti: www.ladybeart.com

Maggie Van Der Toorn

 

 

  • Follow us:
Ex Libris Rubrica