Intervista all’autore Rubens Lanzillotti in uscita con la sua nuova raccolta poetica

15 Maggio 2019   /   di    / Categorie:  Interviste, Libri

Intervista all’autore Rubens Lanzilotti

Ciao Rubens, faccio gli onori di casa di tutto lo staff per dirti che siamo ben liete di averti tra le pagine del nostro magazine. Ti seguiamo da tempo e abbiamo scommesso sul tuo successo. Veniamo alla tua ultima opera. Mi unisco alla considerazione di Antonio Meli, nell’ottima prefazione, e anche io ho avuto la stessa impressione: “Ti ho mentito ma era solo poesia” è una raccolta che si può leggere tutto d’un fiato o leggere e rileggere. Io ho voluto leggere e rileggere, quindi la mia è stata una lettura diluita nel tempo e ogni volta ho scovato una nuova annotazione, un determinato particolare. Visto che il tempo è importante qui, quanto tempo hai impiegato per la stesura e in che modo l’hai vissuta?

 

Ciao Giorgia, innanzitutto grazie mille per l’occasione. Sono felice di avere davanti un magazine ed uno staff che rispetta e segue il mio lavoro, immaginandolo sempre dritto per la sua strada. Con la mia ultima opera ho cercato di sintetizzare il linguaggio e di dare, appunto, ad ogni parola, il suo tempo. Non ho più fretta di andare da nessuna parte. Mi sento ad un altro passo della mia scrittura, e anche quando mi dedico alla lettura, mi sento ad un altro livello di analisi e di comprensione, davanti ai miei occhi. Intorno a noi sfreccia un mondo che ha troppa premura di arraffare concetti, usarli e poi perderli in quelli successivi. Sinceramente credo che la mia interiorità abbia più valore di una corsa. Percepisco le situazioni, di una metropoli, ad esempio, come momenti da filtrare con la giusta calma, soffermandomi anche a posteriori se necessario. Molte poesie le ho lasciate crescere sulla pagina come delle piante. E si sa, troppa acqua le uccide. Troppa poca, pure. E questo è un po’ il modo in cui ho vissuto la stesura, quotidianamente, in un arco di tempo di un paio di anni, credo. Naturalmente sono stati selezionati solo i versi che seguivano il senso della raccolta. Discorso che stava già prendendo piede nella mia testa, mentre li scrivevo. Poi, con la vincita del concorso Metropoli in versi 2017, e grazie a Francesca Buffo e Compact Edizioni, l’opera ha preso vita ed è uscito “Ti ho mentito ma era solo poesia”. È stato bello scoprire che fosse tutto vero.

Sei autore di cinque opere letterarie: tre romanzi e due raccolte poetiche. Riscontro un filo conduttore tra di esse. Ti capita di fare narrativa come versi e versi come narrativa?

 

Mi capita di vivere con tutto me stesso un periodo che può durare giorni, anche mesi. Dormo pochissimo, esco sempre, lascio andare il timone, bevo molto, non mi regolo su niente. Allora inizio ad appuntarmi frasi, battute, riflessioni come se stessi effettivamente narrando a qualcuno ciò che mi sta accadendo. Sento quasi una voce fuori campo decantare tutto. Una voce che è la mia e che non riesco a soffocare. Per tale ragione cerco di seguire il filo conduttore, di cui tu parli, e che immagino sia reale. La narrativa è dispersione, passione, caos primordiale che origina mondi. Ma mi capita anche di rimanere bloccato su un preciso frammento di questi mondi, e come dicevo prima, di trovare la giusta tranquillità per sviscerare qualcosa che non capisco. Posso soffrire o sorridere fino a mentire a chiunque. Per primo al me stesso spettatore che osserva senza alcuna risposta alle sue domande. La poesia è la forma più alta della scrittura. Non esiste niente di più emozionante. Le parole arrivano al succo delle cose senza disperdersi tra mille paragrafi. Perché quando si vive qualcosa di troppo potente non si ha la lucidità di spiegare scientificamente. Escono fuori termini gonfi di sentimenti che si accavallano. Come davanti ad un panorama immenso. Si vince solo quando si diventa puri davanti a tutte le cose, e così vien fuori la poesia. C’è poco da capire. Quando ritorno ad usare la testa, sono di nuovo nel vortice della narrativa e a quel punto non so più scindere le due espressioni. Torno a casa e mi rinchiudo per settimane, anche mesi. Ho capito, finalmente.

Opere pubblicate da Rubens Lanzillotti

Quanta parte ha avuto la poesia nella tua vita?

 

C’è stato un anno in cui vivevo di notte e riposavo di giorno. Lavoravo in una discoteca nel centro di Roma. Faticavo a pagarmi l’affitto ma in qualche modo ce la facevo. Ero piuttosto depresso. L’unico momento di autenticità della mia giornata, era quando portavo a spasso il cavalier king della mia coinquilina di allora. Posso dire con certezza che se non fosse stato per lo sguardo sincero di quel cane e per i versi che mi sgorgavano dentro in quei momenti, ora non sarei qui a parlare di poesia e di vita. Da qui la mia prima silloge “Monologo veterinario della mia vita da cane” che uscì un paio di anni dopo.

Che ne resta dei poeti di oggi?

 

Non direi ciò che resta. Poiché sono tantissimi sempre, in ogni epoca, in ogni tempo e dimensione. Io direi che i poeti sono un popolo che si rigenera costantemente, rinasce dalle proprie ceneri, si alimenta con le sconfitte e con le cadute dei regni andati. Oggi c’è troppa velocità, non riusciamo più a vederli i poeti ma ci sono. Ovunque. Sul finire dei nuovi anni ’10 si vuole ridere, prendersela con qualcuno che non sia davanti allo specchio, si vuole glissare e vivere di progresso, soddisfazione e potere. I poeti sono dei fantasmi che infestano queste case perfette. E spesso vengono cacciati, oppure ignorati. Ricordo ancora le parole di un editore: “da lassù non richiedono più la poesia”. Insomma, di che stiamo parlando?

Possiamo sperare in un sesto lavoro in uscita?

 

La speranza è sempre l’ultima a morire, e quando si tratta di pubblicazioni bisogna averne davvero una risorsa infinita. Ho molto materiale da mettere insieme, sistemare ed esporre a chi lo volesse. Il punto è che sono stanco di andare avanti con le copisterie, mi piacerebbe che l’editoria prendesse più a cuore i suoi prodotti e che almeno sappia di cosa parlano i libri pubblicati, di quanto di vero e di finto ci possa essere al suo interno. Sarebbe bello lavorare con degli amici, e non con dei mercenari. Forse sono un sognatore. Ma io la vivo così, con i miei tanti difetti. Quasi un anno fa ho portato a termine un nuovo romanzo a cui tengo profondamente. L’ho scritto per me e per nessun altro. È una storia d’amore che parla di ciò che inizia e finisce, è un motivo per piangere e per gioire di ciò che uno ha vissuto. È un viaggio intenso. Un viaggio che richiede del tempo per essere compreso. E chissà che lì dentro ci sia almeno un pizzico della mia verità.

Ancora grazie e un grande in bocca al lupo per la tua carriera.

Crepi il lupo. Ricambio l’incoraggiamento a te e a tutte le altre.

Giorgia Sbuelz

 

 

 

 

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